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	<author_name>NO al caporalato Made in Italy</author_name>
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	<title>Basta sfruttamento. Vogliamo una transizione giusta per il Made in Italy</title>
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	<description>È giusto che una scarpa venduta a 500 euro venga prodotta da lavoratori e lavoratrici che guadagnano 3 euro l’ora, lavorando sei giorni su sette in capannoni fatiscenti e insicuri? Perché questa è la realtà: dietro l’etichetta Made in Italy si nasconde ormai troppo spesso un sistema di sfruttamento strutturale, fatto di turni massacranti, salari da fame, sicurezza inesistente, caporalato. A pagare il prezzo più alto sono persone rese invisibili, spesso migranti, senza contratti e razzializzate. Mentre i marchi costruiscono la loro immagine sull’eccellenza, chi rende possibile quella produzione lavora in condizioni che, di eccellente, non hanno nulla. Il DDL PMI (Disegno di Legge sulle Piccole e Medie Imprese), approvato a ottobre dal Senato e ora in discussione alla Camera, introduce una certificazione volontaria di conformità della filiera che, dietro l’apparenza di trasparenza, nasconde un pericoloso scudo penale per le aziende capofila, anche in caso di caporalato nella subfornitura. Nei prossimi giorni inizierà la discussione degli emendamenti alla Camera: il tempo per intervenire è poco, ma insieme possiamo fare la differenza! Il caporalato non è accettabile, né ora né mai. Firma e diffondi la petizione per una transizione giusta del Made in Italy!</description>
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